Alla vigilia della cerimonia di premiazione del prossimo 18 ottobre 2026 a Palazzo Dandolo a Venezia, una riflessione su Near
Partecipare con un concept a un concorso internazionale di design come l’European Product Design Award significa entrare in un contesto nel quale l’esito non è mai completamente prevedibile. La giuria internazionale riunisce infatti professionisti provenienti da numerosi Paesi e da ambiti differenti del mondo del progetto: accademici, designer indipendenti, rappresentanti di importanti aziende ed editori specializzati portano con sé sensibilità, esperienze e criteri di lettura inevitabilmente diversi.
A questa pluralità di prospettive si aggiunge la particolare natura della categoria Conceptual Design, uno spazio nel quale possono trovare espressione idee e prototipi non ancora presenti sul mercato. È un terreno che favorisce naturalmente la ricerca più sperimentale e visionaria e nel quale, soprattutto negli ultimi anni, hanno acquisito grande visibilità progetti sviluppati all’interno dei grandi ecosistemi internazionali dell’innovazione.
Università, accademie e centri di ricerca del Nord America e dell’Asia dispongono di laboratori altamente specializzati e di risorse considerevoli dedicate alla ricerca e allo sviluppo. Ne deriva una produzione molto ampia di concept legati alla robotica, alla mobilità intelligente, all’intelligenza artificiale, alla domotica avanzata e alle tecnologie emergenti: progetti nei quali la sperimentazione può procedere senza essere immediatamente condizionata dai vincoli della produzione industriale e della commercializzazione.

È proprio alla luce di questo scenario che il risultato ottenuto da Near pet-urn, ideata dal team ippoliti+di mizio design lab, assume un significato particolare. La vittoria nella categoria Conceptual / Pets Product Design all’European Product Design Award, che si aggiunge a quella del DNA Paris Design Award e alla menzione d’onore all’A’ Design Award, acquista un valore che va oltre il semplice elenco dei premi ricevuti.
Ancora più significativo è il fatto che il progetto risulti l’unico vincitore italiano nell’ambito dei concept e dei prototipi dedicati agli animali domestici nell’edizione considerata. Una circostanza che invita a chiedersi che cosa abbia consentito a una proposta nata dalla collaborazione di due realtà di dimensioni contenute, entrambe radicate nella provincia abruzzese, di emergere in un panorama internazionale nel quale la ricerca tecnologica dispone spesso di mezzi e infrastrutture difficilmente comparabili. La risposta sembra risiedere, innanzitutto, nell’identità.
Near porta all’interno del design concettuale una sensibilità profondamente italiana, nella quale la cultura della materia, il valore dell’artigianato artistico, la memoria del territorio e la dimensione umanistica del progetto non costituiscono elementi accessori, ma diventano parte stessa dell’innovazione.
La ceramica di Castelli, in questo senso, non è semplicemente il materiale attraverso il quale l’oggetto viene realizzato. È parte del suo racconto: porta con sé il gesto dell’artigiano, la memoria di una tradizione, il rapporto con la terra e con il fuoco. La sua presenza introduce nel progetto una dimensione temporale particolarmente significativa, quella di un manufatto pensato non per inseguire la rapidità del consumo, ma per accompagnare il tempo e conservarne le tracce.
La scelta acquista ancora maggiore forza perché viene applicata a un oggetto legato a un’esperienza intima quale il ricordo di un animale domestico. La pet urn non viene concepita come un semplice contenitore destinato a custodire delle ceneri, ma come una presenza capace di dare forma alla continuità affettiva di una relazione.

Il progetto nasce infatti intorno a uno dei momenti più delicati del rapporto tra essere umano e animale: il distacco. È proprio in questa soglia, nella quale la presenza fisica viene meno ma il legame continua a vivere nella memoria, che il design assume una responsabilità diversa. Non si tratta più soltanto di risolvere una funzione, ma di prendersi cura di un’emozione.
Questa prospettiva introduce nel Conceptual Design una concezione dell’innovazione che non coincide necessariamente con la complessità tecnologica. Innovare può significare anche riconoscere un bisogno emotivo, comprenderne la profondità e tradurlo in una forma capace di accompagnare l’esperienza umana.
La componente digitale è presente, ma con discrezione. Un piccolo tag NFC integrato nell’oggetto consente di accedere, attraverso lo smartphone, a fotografie, video, pensieri e altri contenuti legati all’animale. La tecnologia diventa così uno strumento per riattivare il ricordo, non il centro visivo o concettuale dell’oggetto.
È proprio questa relazione tra materia e tecnologia a costituire uno degli aspetti più interessanti della proposta. Il dispositivo digitale rimane invisibile; non chiede attenzione per sé, non modifica la purezza della forma e non pretende di diventare protagonista. La sua funzione è quella di creare un collegamento discreto tra la presenza fisica dell’oggetto e la dimensione immateriale della memoria. In altre parole, la tecnologia viene posta al servizio della relazione affettiva.

La ceramica rimane invece il centro percettivo e simbolico. La sua consistenza, il suo peso, la sua superficie e le inevitabili variazioni proprie della lavorazione artigianale restituiscono una dimensione sensoriale che appartiene alla cultura materiale dell’uomo da millenni. È una materia che possiede una precisa geografia: conduce a Castelli, all’Abruzzo e alla lunga storia della sua tradizione ceramica. Ed è proprio questa specificità a trasformarsi in un valore universale.
In un panorama globale nel quale molti prodotti tendono verso linguaggi sempre più standardizzati, scegliere una materia fortemente legata a un territorio significa fare dell’identità un elemento progettuale. L’origine non viene nascosta né neutralizzata per adattarsi a un mercato internazionale; viene, al contrario, resa leggibile e trasformata in racconto.
Da questo punto di vista, il progetto introduce anche una nozione particolarmente interessante di sostenibilità: quella culturale. Preservare un sapere artigianale non significa semplicemente conservarlo immutato, ma permettergli di evolversi, di incontrare nuovi linguaggi e di trovare applicazioni contemporanee. La tradizione, quindi, non viene trattata come qualcosa di concluso, ma come una risorsa ancora capace di generare futuro.
La ceramica di Castelli entra così in relazione con il digitale senza perdere la propria natura. La memoria custodita attraverso un dispositivo elettronico trova una forma fisica in una materia antica; il dato digitale incontra la dimensione tattile; l’innovazione tecnologica dialoga con il gesto artigianale. È una sintesi che evita tanto la nostalgia quanto il tecnicismo.
La forza della proposta risiede proprio nella capacità di tenere insieme elementi apparentemente lontani: tradizione e contemporaneità, artigianato e tecnologia, dimensione locale e vocazione internazionale, memoria fisica e memoria digitale.

Da questo punto di vista, parlare di Near come di una sorta di “Davide contro Golia” può essere letto non come una contrapposizione tra il design italiano e quello americano o asiatico, né come un rifiuto della tecnologia. Il significato della metafora è piuttosto un altro: dimostrare che la dimensione di una struttura, la quantità delle risorse disponibili o la potenza delle infrastrutture di ricerca non costituiscono gli unici fattori attraverso i quali un’idea può acquisire rilevanza internazionale.
Una piccola realtà può competere su un palcoscenico globale quando riesce a trasformare la propria specificità in una visione riconoscibile. In questo senso, l’agilità di un team ristretto può diventare una risorsa: consente di mantenere una forte coerenza progettuale, di sviluppare una visione laterale e, soprattutto, di costruire un linguaggio nel quale ogni scelta possiede un significato.
La ceramica di Castelli diventa allora molto più di una scelta estetica o materica: è una dichiarazione culturale. Significa affermare che il futuro non deve necessariamente cancellare la memoria; che l’innovazione non coincide sempre con la sostituzione di ciò che esiste; che la sostenibilità può riguardare anche la trasmissione dei saperi, la conservazione delle competenze e la capacità di dare nuova vita a una tradizione

In questa prospettiva, anche la dimensione europea del riconoscimento assume un valore particolare. L’European Product Design Award si colloca infatti in un contesto internazionale nel quale il design viene considerato uno strumento capace di esprimere innovazione, cultura e identità. Il riconoscimento attribuito a un progetto nato in una piccola realtà della provincia abruzzese come Tortoreto, mostra come la ricerca progettuale non debba necessariamente concentrarsi esclusivamente nei grandi poli metropolitani.
Può nascere anche nei territori, dalla conoscenza di una materia, dalla collaborazione tra competenze differenti, dalla memoria di un luogo e dalla volontà di trasformare un patrimonio locale in un linguaggio contemporaneo.
È forse questo il significato più profondo del percorso di Near: non dimostrare che la tecnologia sia meno importante dell’artigianato, ma mostrare che l’innovazione può assumere forme differenti. Può essere tecnologica, ma anche materica. Può essere digitale, ma anche culturale. Può nascere da un laboratorio altamente sofisticato, ma anche dalla conoscenza tramandata all’interno di una tradizione artigianale. E può essere innovativa non soltanto perché introduce qualcosa che prima non esisteva, ma perché attribuisce un significato nuovo a qualcosa che esiste da sempre.
Nel caso di questa pet urn, il gesto progettuale consiste proprio nell’aver trasformato un oggetto legato alla perdita in una presenza capace di celebrare la relazione. La sua forma scultorea consente di superare la tradizionale percezione della pet urn come elemento da custodire discretamente o da sottrarre allo sguardo: diventa invece parte dello spazio domestico, un oggetto da abitare con gli occhi e con la memoria.

La tecnologia consente di riaprire una porta verso il passato attraverso immagini e ricordi digitali; la ceramica offre a quei ricordi un luogo fisico. Una dimensione appartiene alla memoria immateriale, l’altra alla materia. Insieme costruiscono una forma di continuità.
È qui che il design sembra ritrovare una delle proprie responsabilità più alte: non soltanto progettare ciò che utilizziamo, ma dare forma a ciò che per noi possiede valore.
La vicenda di Near dimostra, in definitiva, che l’identità culturale non è necessariamente un elemento da superare per entrare nella dimensione internazionale. Può diventare, al contrario, ciò che consente a un progetto di distinguersi. Partendo dalla provincia abruzzese, una materia antica diventa linguaggio contemporaneo; un oggetto destinato agli animali domestici diventa memoria; l’alto artigianato si trasforma in innovazione.
E forse è proprio qui che risiede la forza più autentica di questa esperienza: nell’aver scelto di non competere sul terreno della quantità, della scala o della complessità tecnologica, ma su quello della qualità del pensiero. In un mondo nel quale la tecnologia tende alla standardizzazione, Near sceglie la specificità. In un panorama nel quale molti concept cercano di anticipare il futuro attraverso la complessità, questa proposta lo fa attraverso la profondità del significato.
La sua innovazione non è rumorosa. È tattile, emotiva, silenziosa. Ha il colore della terra, la memoria del fuoco e la delicatezza di un legame affettivo. E proprio per questo può parlare a un pubblico internazionale.
Perché il futuro del design non consiste necessariamente nel rendere gli oggetti sempre più complessi. Può consistere anche nel renderli più significativi, più durevoli, più consapevoli del rapporto tra materia, cultura e persona. La tecnologia può connettere, archiviare e rendere accessibili i ricordi. Ma è la sensibilità progettuale a trasformare quei ricordi in esperienza, ed è la materia a offrire loro una presenza nel mondo reale.
Near suggerisce così una possibilità semplice e, al tempo stesso, radicale: che il futuro possa avere ancora il colore della terra, il calore del fuoco e la capacità tutta umana di attribuire significato alle relazioni.

